Sono passati solo pochi giorni dal 27 gennaio. Come ogni anno un rito inevitabile ci passa sopra come un cingolato, arriva, ci inonda di post sui social network, di iniziative pubbliche, di tanti figuranti istituzionali che, ci mancherebbe altro, si contorcono per ricordarci la liberazione di uno dei simboli della banalità del male come il campo di sterminio di Auschwitz, luogo divenuto simbolo di una tragedia vissuta in tanti altri luoghi, in tutta Europa, dove lo sterminio avveniva sia attraverso operazioni di omicidi di massa o con inumane fatiche di schiavitù in cui erano costretti gli internati.

Da Mauthausen (Austria) a Risiera San Sabba (Italia), passando per i tanti campi di mezza Europa, l'”incendio intero” di milioni di ebrei, l’uccisione stimata di 600 mila omosessuali (il paragrafo 175 del codice penale tedesco, §175 StGB, li considerava criminali), il porajmos di circa 500.000 esseri umani perché Rom o Sinti, lo sterminio di dissidenti politici, di testimoni di Geova, di cattolici, l’uccisione sistematica di disabili (Aktion T4) fino ad arrivare ai prigionieri di guerra di mezzo continente. Chi ha letto la storia di Fulmine (e chi la leggerà) troverà inevitabilmente riferimenti precisi su cosa siano significati, anche per la Resistenza, i campi di concentramento nazisti.

Storia che dovremmo conoscere ma che probabilmente ignoriamo nei 364 giorni dell’anno restanti alla giornata della Memoria, se oggi “nuove” forme di discriminazioni continuano a persistere nelle pieghe della nostra società, sul pianerottolo dei nostri condomini, nei nostri luoghi di lavoro, nelle piazze, tra la gente. Basta rammentarci un giorno all’anno che, solo poche decine di anni fa, saremmo stati internati e condannati ad una lenta agonia, privati di ogni dignità e di ogni umanità, solo perché definiti di razza non accettabile, perché aventi gusti sessuali non accettabili, perché animati da idee e valori di uguaglianza e di giustizia sociale, in altre parole, perché discriminati?

A questa domanda retorica trovo solo una risposta, esprimere la mia profonda stima, oltre che alla solidarietà per gli attacchi indegni, squallidi e strumentali di chi dovrebbe servire le nostre istituzioni, per una Catia Castellani, che nella giornata della Memoria ha intesto prendere la parola e presentare il lavoro dei suoi ragazzi sottolineando la necessità di riappropriarci del concetto di umanità, di non abbandonarlo al becerume razzista che sta dilagando, di custodirlo, praticandolo, perché senza umanità non si può comprendere la memoria degli olocausti, tanto meno costruire un futuro degno di tale nome. Quello che potremmo definire un’atto coraggioso, in un tempo in cui l’indifferenza sempre estendersi a macchia d’olio, dimostra come la scuola sia uno dei rari baluardi di civiltà del nostro paese, superando la retorica e dando un significato concreto alla Memoria, andando oltre l’ipocrisia di chi il 27 gennaio si batte il petto e il giorno successivo continua ad essere indifferente alle discriminazioni che ogni giorno si consumano, in nome di razze, gusti sessuali, orientamenti politici, stati sociali.

Strano il paese in cui le parole di Catia, che rendono chiaro quanto il ruolo educativo sia fondamenta di una società migliore, fa capire quanta miseria alberghi in chi ci vorrebbe sudditi e non cittadini. Lei, con la sua sensibilità e cura, ha espresso in un modo stupendo il senso di essere insegnanti, esseri umani, e voglio riportarlo interamente:

Ritengo che la parola umanità sia una parola bellissima e ancor più bello saperla praticare. Come dice H.Gardner essere competenti e sapienti non ha valore se non si sa operare con umanità. Ciò che sento come urgenza è proprio ripartire dall’utilizzo del linguaggio, delle parole. Le parole hanno un senso, diventano lame o fiori, diventano lievi o pesanti macigni. Credo che si debba uscire da questa stasi emotiva, dove i sentimenti migliori sono congelati, nascosti, trattenuti. Dove il linguaggio dell’ombra e dell’arroganza genera ferite e ristagni malevoli. Credo fermamente che le parole lievi, ferme, intrise di benevolenza ed empatia, debbano essere le uniche ad essere usate e ascoltate. Credo che si debba iniziare a sostituire le parole oscure con le parole belle, luminose, ricche di sfumature, aperte, tenaci. La parola umanità è bellissima ma non sempre l’umanità lo è. Alcuni non sanno rappresentarla,altri non la possiedono. Ma chi un po’ la cerca, la abita, la pratica ha il dovere di riproporla ogni volta che sia necessario, in ogni contesto, con tranquilla serenità. E questo è tutto.

Alla profondità di questo pensiero, alla gratitudine nel sapere che una persona di questo livello e di questa sensibilità ha cura della formazione di decine e decine di ragazzi, si contrappone la sciatteria e l’ignoranza di chi sull’odio e le paure fonda le proprie ambiziose carriere. A loro, oltre che ricordare le parole di Catia, andrebbe spiegato che chi ha vissuto ed è sopravvissuto all’orrore dei campi di sterminio, come Primo Levi, sa che laddove attecchisce un fascismo che stabilisca che non siamo tutti uguali e che non tutti abbiamo gli stessi diritti, alla fine c’è il lager. A tutte e tutti coloro i quali, dopo il 27 gennaio, dimenticheranno quel briciolo di umanità che ci occorre per affrontare questi cupi tempi, lascio una frase tratta da uno delle più lapidarie, cruente ed immortali opere che ci hanno raccontato l’orrore dell’olocausto e della follia nazifascista.

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.
Primo Levi, “Se questo è un uomo”

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