La dipartita di un personaggio che non ho mai apprezzato, credo debba lasciare spazio ad una riflessione. In mortem di un giornalista che tentò di riscrivere la storia senza mai citare una fonte, non può e non deve lasciare spazio ad una glorificazione per nulla giustificabile.

Per non dimenticare, l’omaggio di uno dei suoi libri più celebrati dal revisionismo, rappresenta in copertina l’arresto di Carlo Barzaghi, da Pansa definito un “semplice” fascista fucilato dai partigiani. Il semplice fascista fu autista e braccio destro del comandante della legione Ettore Muti di Milano e noto come il boia del Verziere, responsabile di efferati crimini di guerra, dalla compilazione di elenchi di italiani (ebrei, oppositori, ecc.) poi deportati nei campi di sterminio fino alla fucilazione di 15  partigiani a Piazzale Loreto, ordinata nell’agosto del ’44 dalle SS Walter Rauff (noto per esser stato tra gli inventori ed attuatori delle Gaswagen, i camion della morte, utilizzato dai nazisti come strumento di esecuzione che ha anticipato le camere a gas) e Theo Saevecke (criminale della Gestapo il cui fascicolo scomparve nell’armadio della vergogna, per poi essere condannato solo nel 1999 dal tribunale di Torino). Dunque questo è un esempio lampante di chi fosse Pansa, definendo Carlo Barzaghi un semplice fascista.

Ma Pansa è stato anche ben peggio dell’uso sconsiderato di un’immagine (e del suo commento). Fu uno scrivente che produsse teorie storiche senza mai fornire riferimenti alle fonti a cui si ispirava, fu autore di storie in cui il cosiddetto onere della prova è costantemente rovesciato, in cui non dimostrava mai le affermazione prodotte, non provava mai ciò che scrive, ritenuto naturalmente oro colato, semplicemente tramutando la Storia in fiction narrativa, in cui i personaggi sono frutto di fantasia, di un’invenzioni che scompariva nel turbinio pubblicitario facendoli divenire pietre miliari di una Storia che una parte considerevole del paese non ha mai accettato, in un’acrobazia dove la fonte dovrebbe essere prodotta da chi gli contesta tali abomini pseudo-storiografici. Il paradosso è stato, ed è, che non ricorderemo il Pansa cronista, ma il Pansa revisionista, quello che ha costruito un filone aberrante di riabilitazione di criminali, che ha cercato, e spesso ottenuto nell’opinione pubblica, la santificazione dei carnefici e la criminalizzazione delle vittime.

Un’operazione semplicistica che non prende mai in considerazione il dramma della guerra, il disastro di un regime criminale che per 20 anni ha seminato odio, violenza, sopraffazione e morte. Pansa avrebbe potuto guardare alla Storia della Resistenza con occhio critico, come molti hanno fatto certamente in modo molto più serio, andando a raccontare gli errori che furono compiuti. Ma naturalmente questo sarebbe significato ricordare che chi combatté la Resistenza lo fece compiendo una scelta morale, i cui pilastri furono valori universali di Giustizia, Libertà, Eguaglianza, che si contrapponevano al tradimento di un paese compiuto da chi aveva le mani sporche di un ventennio di omicidi, di persecuzioni, di deportazioni. Dunque fu scelta la via della fantasia, unico modo di dipingere dei criminali come vittime.

In un paese in cui la morte cancella misericordiosamente (e miracolosamente), ogni malefatta, mi piace ricordare un personaggio a cui mi sono ispirato perfettamente in antitesi nel lavoro che ho svolto, iniziando da una memoria, per definizione soggettiva, e raccontandola supportato da ciò che la Storia, i documenti e le fonti, sono arrivati a noi, con un profondo senso di responsabilità, quello di rendere ai posteri una vicenda senza deformarla a mio uso e piacere, ma così come fu vissuta.

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