Ieri era il 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐌𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚, il giorno in cui si ricorda la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata rossa.

Oggi, domani, dopodomani e via via che ricordiamo? Ricordiamoci una parola, tutti i giorni, 𝘶𝘯𝘵𝘦𝘳𝘮𝘦𝘯𝘴𝘤𝘩, che dal tedesco all’italiano diventa sub-umano.
Himmler (per chi non lo ricorda il capo delle SS) scrisse nel 1936 che era loro dovere preoccuparsi che mai più in Germania, nel cuore dell’Europa, possano scoppiare rivoluzioni di sub-umani ebrei o bolscevichi, sia dall’interno che dall’esterno, tramite emissari.

Beninteso che il termine 𝘶𝘯𝘵𝘦𝘳𝘮𝘦𝘯𝘴𝘤𝘩 indicò, oltre che gli ebrei, slavi, gitani, africani, elementi considerati asociali come omosessuali, criminali, mendicanti, giramondo, antifascisti, preti, prostitute, i profanatori della razza, i ritenuti moralmente degenerati, i disabili mentali, gli individui con un quoziente intellettivo inferiore a quella che veniva ritenuta media, le persone affette da malattie psichiche e, più generalmente, patologie ereditarie. Difficile stabilire delle cifre, ma questi “campi semantici” disumani hanno contato circa 15-17 milioni di vite umane straziate da morti orrende, in un climax che andava dalla fame alle malattie, dallo sfinimento alle camere a gas, passando per esperimenti eugenetici o test su tecniche di sterminio, solo perché “differenti”.

Primo Levi scrisse che i lager nascono facendo finta di nulla. Credo che nessuna definizione di una tragedia fu più calzante, quando l’orrore e l’abominio si impossessa delle nostre quotidianità, quando ciò che è orribile e sconcertante non ci inorridisce e non ci sconcerta, ma ci rende aridamente indifferenti, i lager ritornano ad essere un orizzonte possibile.

Il 27 gennaio ricordiamo, gli altri 364 giorni appuntiamoci tanti triangoli nella mente.

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