Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno, istituita nel 2004 (legge n°92/2004) per «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

Una ricorrenza che è facile a suscitare polemiche, ma che difficilmente riesce, per usare le parole del vicepresidente dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo, “una seria capacità di lettura dell’orrore delle foibe“. Perché? Forse la risposta è insita in quel processo, datato per altro, tipicamente italico, nel quale la Storia è spesso utilizzata ad uso e consumo, per lo più da parti politiche che, evidentemente senza altri argomenti sufficienti a compiere il proprio ruolo, ripiegano su polemiche pretestuose su chi ha eredità più o meno deplorevoli.

Cosa occorre fare? Cercare di approcciare alla Storia così come una disciplina scientifica impone, sapendo che l’analisi di un fatto storico implica prendere in considerazione del prima e del dopo, dove il prima serve per spiegare il dopo, non per giustificarlo.

Per aiutarci a capire, è interessante guardarci questo convegno, Confine orientale e identità: foibe e narrazione , tenuto dal prof. Raoul Pupo (Università di Trieste).

Un altro elemento che fa pensare è il fatto che a Basovizza sia stato eretto un monumento laddove non c’è una vera e propria foiba, bensì un pozzo di miniera, le cui dimensioni escludono una dinamica simile a quella tramandata nella “leggenda”. Come se non bastasse, nell’estate del 1945, sono stati fatti dei recuperi dai militari angloamericani, e i documenti parlano di una decina di corpi rinvenuti, non riconoscibili se non per la loro divisa tedesca, soldati morti durante la battaglia di Basovizza, e di alcune carcasse di cavalli. Dunque occorre prestare molta attenzione.

La foto in copertina è datata 31 luglio 1942, raffigura soldati italiani che fucilano cinque abitanti del villaggio di Dane in Slovenia (© Museo storico di Lubiana). Curioso come spesso certi giornalisti italiani l’abbiano presentata “al contrario”, ossia con i fucilatori jugoslavi e le vittime italiane. Un esempio di manipolazione vergognosa, degna del “Italiani brava gente”, di delbochiana memoria.

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